Lorenzo Sparatore: il sarto che realizza abiti come fossero opere d'arte

Lorenzo Sparatore partecipa ad Arbiter nel 2020 e 2021: "partecipare è stata una bellissima vetrina per farsi conoscere"


Nato a Ragusa nel 1988, ha avuto sempre una grande passione per gli abiti fin da piccolo. Vivere a casa dei suoi nonni entrambi sarti che avevano la stanza laboratorio è stato una “scuola” e inconsapevolmente si è trovato immerso in questo mondo fin dalla tenera età.

Si diploma e sceglie di iscriversi all’università ma si rende conto che quella non è la sua strada. Nel tempo libero si dedicava al disegno e si ritrova a disegnare moltissimo quindi prende coraggio e sceglie di abbandonare l’università ed iscriversi all’Accademia Burgo di Milano.


Segue corsi di modellistica e di figurino: durante le tantissime ore di atelier mette in pratica le sue idee. Al termine degli studi avendo molto interesse per il cucito si reca ad imparare presso una sartoria maschile a Milano. Torna poi a Ragusa dove impara le tecniche del sarto da uomo.


Porta avanti la sua idea di moda uomo ma si dedica anche al “Su Misura” da donna e vorrebbe creare collezioni da donna da vendere poi su piattaforma online di Pret-a-Porter. Crede sia necessario reinterpretare la sua visione che ha acquisito dopo anni di lavoro. Grande lettore e si lascia colpire da tante notizie: tiene viva la sua fantasia per arrivare a disegnare ciò che ha in mente per arrivare a riconoscere la propria identità: a lui sembra che si copi molto e che ognuno debba tirar fuori quello, l’unicità solo così passi alla storia.


Intervista al sarto Lorenzo Sparatore

Come è cambiato il lavoro del sarto in questi anni?

«Anche so sono molto giovane, ho compiuto 34 anni da poco, sono convinto che il lavoro del sarto oggi sia cambiato. Adesso è il sarto che va dal cliente. Ho lavorato anche su Milano, dove sto aumentando la mia clientela: il cliente apprezza che il sarto vada a prendere le misure a casa o in ufficio come servizio in più

Anche i grandi brand vendono più online e così è cambiata la vita del sarto: i primi couturière andavano presso le corti, oggi il sarto va dal cliente. Il viaggio è per me fonte di arricchimento per lavori futuri: la mia Itaca è Ragusa ma mi sposta alla ricerca di “nuove terre”.»


Come vede l’impatto della tecnologia: ad esempio, la possibilità di “prendere le misure” online e simili? Vende anche online?

«Grazie alla tecnologia, che agevola il nostro lavoro, vorrei vedere realizzate opere in meno tempo ma ci vogliono tanti investimenti. Molti parlano di Su Misura, che è tutto fatto a mano, ma è solo un semi lavorato. Ogni cosa ha i suoi contro. Dipende sempre dalla quantità di lavoro: se ho tanti abiti da lavorare sicuramente mi agevolerà il lavoro.»


Qual è la strategia di marketing del suo brand?

«Non ho una strategia, vorrei creare delle collezioni permanenti che rispecchino la mia visione della moda. Mi farò sicuramente aiutare da chi si occupa strategia in ambito moda. Con gli anni ’90 penso sia finita la vera moda: quando l’arte deve sottostare alle leggi del marketing esaurisce la sua vena, perché le sue idee dovrebbero restare libere. Non si crea per un tornaconto economico, ma fortemente per esprimere l’Io interiore. Anche i più grandi pittori non dipingevano solo su commissione, ma le loro opere sono diventati capolavori: così dovrebbe essere la moda.»


Qual è la sua strategia verso i mercati esteri?

«Alle prime armi, ho aperto p.iva da poco. In epoca pandemica è difficile andare all’estero: voglio comunque partire e andare a visitare persone che apprezzano il lavoro che sto facendo.»


Con quali tessuti preferisce lavorare e quali sono i fornitori principali?

«Ogni tessuto ha le sue caratteristiche e le sue difficoltà e peculiarità. Per la sartoria uomo amo i tessuti lana e flanella, anche se vengono richiesti di meno, hanno comunque il loro fascino. Il tessuto quattro stagioni va bene piace ed è versatile, ma le lane sono stupende.

Collaboro con Loro Piana e Drapes: a Ragusa c’è una drapperia storica dove mi reco a prendere dei tessuti. Purtroppo sono dei mondi che stanno morendo. Manca il contatto diretto e solo la sartoria mantiene vivo il rapporto come si faceva un tempo.»



Come vede la crescita per il futuro? In autonomia, con partner industriali o finanziari, …?

«Avere dei partner e finanziatori che possano investire sulle idee dei designer sarebbe fantastico ma non è facile. Al di là del settore pandemico essere artigiano non è facile: un mestiere che dovrebbe essere tutelato. Si resiste per passione!

Un futuro avere delle partnership sarebbe interessante: ho delle collaborazioni con artisti che non fanno esattamente moda. Adoro Romeo Gigli che è architetto: bisogna vedere la moda anche da un punto di vista esterno come faceva lui.

Questo permette di avere una visione più ampia, un’identità, libera da ciò che è stato già fatto. Bisogna creare moda con un pensiero libero da ogni contaminazione dello stesso settore.

Fare moda per me è qualcosa di diverso che si distacca dall’insegnamento che si fa nelle scuole. Essere “fashion victim” non è essere un esperto di moda perché sei vittima di un sistema.

Non segue gli stilisti contemporanei in tutte le collezioni: adora Armani degli anni ’80 con le foto di Pallai la collaborazione con Pallai lo ha portato alla ribalta. Il successo è dovuto ad una buona idea, ben comunicata.

Adoro il minimalismo di Helmut Lang che, ha inventato il minimal andando contro corrente: tutto quello che esiste nella moda è successo negli anni ’90. Lang è andato contro corrente e trasmettere dei concetti tramite l’estetica è molto difficile: essere sintetici non è facile!»

La moda non può parlare adesso di sostenibilità da quando è nata ha inquinato il paese: la sostenibilità per molti una scusa per sembrare vicini e sensibili quando per anni non è stato così.

Cosa farebbe se una grande casa le chiedesse di acquisire la sua società, lasciandole autonomia creativa e commerciale?

«Ringrazierei e mi dedicherei ad altro avendo più risorse per dedicarmi a ciò che ho in mente: non penso possa mai succedere! Mi voglio meritare le cose e non penso di riceverò mai questa offerta o proposta.»