La trasformazione della moda verso un'economia circolare (e sostenibile)

Un totale di 460 miliardi di dollari di valore che potrebbe essere usato ancora, invece finisce nelle discariche e negli inceneritori perché meno dell’1% del materiale utilizzato in produzione viene riciclato in nuovi vestiti.


« Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale, una vera rivoluzione culturale, sociale, economica e politica. Un cambiamento di sistema per ottenere soluzioni efficaci per salvare il nostro caro pianeta. »

La pandemia ha enfatizzato una serie di problemi: il calo delle vendite e la conseguente cancellazione di ordini di capi di abbigliamento, già prodotti, ha fatto sì che venissero stoccate nei magazzini grandi quantità di capi di abbigliamento. Se queste scorte non verranno riutilizzate o salvate per le prossime stagioni, la quantità totale di rifiuti tessili, nel prossimo futuro, aumenterà. Se invece che finire all'incenerimento o in discarica, questi materiali fossero raccolti e rimessi in circolo, si salverebbe, a livello globale, una cifra corrispondente a più di 100 miliardi di dollari l’anno.


Oggi, l’industria dell’abbigliamento, un business da 1.3 trilioni di dollari fatturati, dà lavoro a più di 300 milioni di persone nel mondo.

La sola produzione di cotone rappresenta quasi il 7% di tutti gli impieghi in alcuni paesi esteri a basso reddito.


Contemporaneamente, fa uso di più di 98 milioni di tonnellate annuali di risorse non rinnovabili, compreso il petrolio per produrre le fibre sintetiche, i fertilizzanti per le piantagioni di cotone, i prodotti chimici per produrre, tingere e rifinire fibre e tessuti.


A questi si aggiungono, 93 miliardi di metri cubi di acqua che contribuiscono a peggiorare gli eventi di siccità, l’emissione di circa 1.2 miliardi di tonnellate di CO2 e 500mila tonnellate di fibre di microplastica riversate negli oceani.


Ad esempio, uno dei capi più inquinanti che esistano in produzione sono i jeans, specialmente per la quantità d'acqua che richiedono: per farne un paio serve il fabbisogno di acqua di una persona per 100 giorni di vita.


Secondo lo studio The Widespread Environmental Footprint of Indigo Denim Microfibers from Blue Jeans nonostante le fibre dei jeans siano “naturali”, quando entrano in contatto con l’ambiente, non si biodegradano affatto come si potrebbe pensare – anzi. Le microfibre del denim si limitano a depositarsi su sedimenti naturali La principale causa di questo sono i coloranti usati sul tessuto, quelli che danno ai jeans il loro caratteristico colore blu.


Nel rapporto di Greenpeace “Panni Sporchi” si analizzano 21 campioni d’acqua prelevati dalla città cinese di Xintang, definita “capitale mondiale del denim”. In ben 17 di essi si è rilevata la presenza di cinque metalli pesanti: cadmio, cromo, mercurio, piombo e rame, utilizzati per dissolvere la tinta color indaco e sversati nei corsi fluviali nei pressi degli stabilimenti tessili, causando danni alle acque dei mari dove i fiumi confluiscono, all’ecosistema, ai lavoratori e agli abitanti delle comunità circostanti. Nel 2016 è stato girato, a tal proposito, un documentario dal titolo River Blue che evidenzia la crescita incontrollata delle fabbriche di jeans e lo stato delle acque fortemente inquinate in Cina.


Trailer del documentario River Blue


La delocalizzazione non aiuta i main contractor a controllare i fornitori facendo sì che si verifichino le situazioni già descritte come il bruttissimo episodio di Rana Plaza, emblema della condizione lavorativa di manodopera schiavizzata.

Tali eventi accadono tutti i giorni. La produzione attuale ha effetti importanti anche a livello sociale.

L’impiego nel settore tessile nei paesi sottosviluppati è spesso sinonimo di retribuzioni basse, ore lavorative esagerate, lavoro minorile e condizioni di schiavitù.

Una produzione è equa se chi la produce è materialmente pagato in modo giusto. L’ingente richiesta di abiti, favorisce condizioni pessime anche per l'uomo (oltre che per l'ambiente).

Ogni anno in tutto il mondo sono prodotti più di 100 miliardi di vestiti con tendenza in crescita: l’eccedenza di merce si somma al bassissimo ciclo vitale degli abiti e diventa una massa da smaltire tossica e pericolosa.



Entro il 2050, per la produzione di abiti è previsto un aumento tre volte maggiore di quello attuale e gli sforzi per non oltrepassare gli 1.5 gradi di aumento della temperatura terrestre rispetto all’epoca preindustriale sarebbero completamente vani -già lo sono secondo molte ricerche-.

Il consumo di risorse non rinnovabili arriverebbe a 300 milioni di tonnellate e 22 milioni di fibre di microplastica verrebbero riversate negli oceani.

Senza considerare il pressante aspetto della tutela lavorativa dei minori e non solo, a cui oggi numerose organizzazioni non governative già puntano il dito.


È necessario sostituire il modello lineare con quello di economia circolare, in cui gli scarti sono limitati, riutilizzati e trasformati da problema in risorsa.

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.


Il nuovo approccio deve prevedere:

  • utilizzo di materiali non inquinanti e non derivanti dalla plastica già all’inizio della filiera per evitare preventivamente il riversamento delle microfibre negli oceani

  • puntare sulla qualità per allungare la vita dei capi, considerando il modo in cui sono disegnati e messi in commercio ( PRODURRE MENO, MEGLIO)

  • supportare il tema del riuso e del riciclo

  • valorizzare un uso più efficiente delle risorse e delle energie rinnovabili

  • sensibilizzare i consumatori, aiutandoli ad utilizzare i capi più a lungo

La riciclabilità dei capi non ha a che fare soltanto con il loro fine vita: essa parte dalla progettazione. Per questo motivo il ruolo del design è importantissimo per realizzare capi appositamente studiati per essere riutilizzati e reinventati a lungo.

Durata dei materiali e metodi di produzione sono alla base della responsabilità delle aziende produttrici dei tessuti.

I designer hanno altresì un ruolo importante in materia di transizione ecologica perché incidono sulle tendenze di un intero comparto e le scelte di milioni di acquirenti.

Altro aspetto, la scelta dei materiali: la circolarità viene spesso associata alla scelta di materiali, magari bio-based, ma il materiale è solo un aspetto, non definisce da solo la circolarità del prodotto, mentre la misurazione si inserisce all’interno di un sistema. Piuttosto, è la circolarità di un prodotto a condizionare la scelta di un materiale.

La scelta materica è fondamentale. Oggi nascono troppi materiali da soluzioni a fine vita, bisogna invece capire come gestire il flusso di produzione e non solo quest’ultimo. Non basta pensare al fine vita dei materiali, bensì occorre modificare la progettazione del capo in sé. Se il modello di business dell’economia circolare fosse sposato dal settore tessile in toto, i vantaggi, per l’economia e per l’ambiente, sarebbero enormi:

  • creazione di nuovi posti di lavoro nelle strutture di raccolta, selezione e riciclaggio;

  • riduzione dei costi di gestione e smaltimento dei rifiuti tessili;

  • abbassamento dei costi dei materiali, dovuto alla maggior disponibilità di tessuti;

  • minore utilizzo di risorse non rinnovabili;

  • una riduzione dell'inquinamento prodotto dal comparto (meno emissioni di gas serra, miglioramento delle acque ecc.);

  • risoluzione del problema dell’esportazione dei rifiuti tessili all’estero, pratica sempre più ostacolata e difficile.

Dal rapporto della Fondazione Ellen MacArthur "The circular economy: a transformative Covid-19 recovery strategy", emerge come, per la transizione del settore tessile verso un’economia circolare, sia importante elaborare un quadro normativo e fiscale che vada in questa direzione.

Ci sono, ad esempio, molti Paesi che concedono sgravi fiscali alle imprese che si impegnano nella raccolta differenziata di rifiuti tessili. In Italia e in Europa sono diverse le azioni che spingono verso i valori di un’economia circolare, incoraggiando la regolarizzazione della raccolta di rifiuti tessili urbani e auspicando la creazione di sistemi di responsabilità estesa al produttore in materia di rifiuti.

Alcune aziende hanno fatto del loro business un esempio virtuoso di applicazione dell’economia circolare. Grazie ad una visione d’insieme sistemica (tema che abbiamo già affrontato con le fondatrici di Officine circolari) sono riuscite a sfruttare le proprie risorse per trarne vantaggi per sé e per l’ambiente.

Anche gli investimenti che guardano a questa direzione, come quelli in strutture di raccolta e in ricerca, sono importanti e urgenti. Senza uno sguardo globale e che abbracci l’intera filiera, l’economia circolare non può che restare un’utopia che trova riscontro soltanto parziale nel quotidiano. L’altra faccia della medaglia, intrinseca, è quella del consumatore, il cui ruolo è fondamentale all’interno dell’economia circolare. Paesi come la Francia hanno emesso leggi che puniscono chi mette sul mercato prodotti con un obsolescenza programmata.

L'obsolescenza programmata o pianificata in economia industriale è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da limitarne la durata a un periodo prefissato

Bisogna fermare la bulimia di consumo dovuta all’offerta sul mercato di nuovi prodotti: ogni acquisto è un atto morale ed economico.

A tal proposito, Orsola de Castro e Carry Somers hanno fondato a Londra nel 2013 Fashion Revolution che opera in più di 100 paesi creando consapevolezza e promuove la responsabilità sociale dei consumatori.

La moda lowcost ha reso l’offerta più accessibile creando l’abitudine all’abito kleenex “Usa e getta” (come scrive Marina Spadafora nel libro "La Rivoluzione comincia dal tuo armadio"): oggi si vende il 400% in più rispetto a 20 anni fa.

Due volte al mese compaiono nuovi abiti negli store diventando una vera dipendenza ben oltre le 4 collezioni rituali e continui saldi hanno drogato il sistema: l’invenduto va smaltito e anche smaltire nella maniera corretta comporta consumo di energia e fonte di inquinamento (anche se minima). Questa sovvraproduzione non fa bene al pianeta.

Concludiamo dicendo che produzione e consumatori viaggiano di pari passo. E’ necessaria la trasformazione verso un’economia circolare, ma è necessario anche il cambiamento di paradigma e la consapevolezza del consumatore.