Guido Davì: artigianalità, passione e cura


«Di solito non mi concedo alle interviste: non” fare romanzi” dico ai giornalisti. Su Arbiter è uscita l’intervista questo mese che racconta della mia vita e della mia idea di sartoria», queste le prime parole di Guido Davì durante l'intervista.

Ci dice che ama il low profile: ha una clientela che ama questa tipologia di sarto.


Figlio di un sarto, il padre ha cominciato nel 1953: non voleva che il figlio intraprendesse la stessa strada. All'età di 20 anni decide di andare a vivere in Inghilterra. Al suo ritorno, il padre gli chiede un aiuto per un weekend.

Questo weekend si trasforma in una vita intera, cioè trentadue anni.

Nulla di pianificato, tutto è successo per caso (ma il caso esiste? ndr.).

Guido nasce sul tavolo da taglio e la sartoria era la casa e viceversa.

Il padre, sarto di vecchia generazione, uomo di pochissime parole, difficile dialogarci, bravissimo artigiano ma cattivo maestro.


Era l’artigiano 1.0 sapeva lavorare benissimo ma non si sapeva “vendere” come, invece, il figlio ha imparato a fare, con il tempo.

Suo padre non aveva il tempo di insegnare, ha rubato con gli occhi il mestiere. «Solo dopo dieci anni, mi sono sentito un sarto formato e autosufficiente: di solito basta la metà se il maestro ti insegna. Ho cercato il mio metodo tutto da solo, provando e riprovando» ci racconta.

Così il padre inizia a confrontarsi con lui perché potevano, a quel punto, dopo anni di bottega, parlare la stessa lingua. E’ giusto avere il confronto e lo scontro quello creativo, che fa crescere!


Il sarto a Palermo che taglia un tessuto per il suo abito Made in Italy
Guido Davì

Intervista a Guido Davì


Come è cambiato il lavoro del sarto in questi anni?

«Dal sarto 1.0 al sarto 2.0 c’è una grandissima distanza: l’artigiano vecchio stampo è stato un esecutore della richiesta del cliente e non c’era il rapporto intimo. Adesso invece il sarto è diventato un confessore.

Un mio cliente dice "il mio sarto è l’unica persona che non mi vede né più grande né più piccolo di quello che sono in realtà”. Il sarto deve essere un bravissimo psicologo, capire i gusti e il modo di vedere del cliente ed entrare in empatia. Quello che non mi piace del sarto moderno è quando il sarto si mette un gradino sopra il cliente. Nella vita bisogna essere autorevoli ma rimanere sullo stesso livello.

Nella mia sartoria i clienti vengono per discutere di sartoria e spesso incontrano altri clienti si conoscono, parlano e si rilassano.»


Come vede l’impatto della tecnologia: es. possibilità di “prendere” le misure” online e simili? Vende anche on line?

«Assolutamente sono amante dell’artigianalità e fare il sarto necessità grande empatia: la tecnologia nel mio caso, nelle sartorie di altissimo livello, si usa pochissimo. Il modello di carta del cliente da un’unicità e cura, come farsi la barba con il rasoio elettrico e andare dal barbiere.

Il cliente vuole vedere l’idea messa in pratica. Non posso vendere online qualcosa che non esiste. Viviamo in un mondo di apparenza ma noi nella sartoria viviamo di sostanza.»


Qual è la strategia di marketing del suo brand?

«Ho una lista d’attesa di 4/5 mesi: non ho nessuna esigenza di avere una strategia marketing. La gente si può lamentare del tempo: se il cliente vuole quel tipo di prodotto, è necessario tempo!

Se il sarto ha avuto il tempo giusto, ha avuto modo di fare un buon prodotto. Sono fondamentalista, l’abito esce solo quando capisco che è ben fatto.

Lavoro con molti clienti esteri. Quando vado all’estero parto se ho diversi clienti che vogliono fare almeno 10 abiti.


Lavoro con l’Inghilterra dal 2008. Stavo tre settimane a Palermo e una settimana a Londra. Invece, dal 2017 ho cominciato a lavorare con gli States. Ho lavorato a Savile Row con sartorie di 200 anni di storia.

Uno stilista di Savin Road non sapevo fare l’abito artigianale (la richiesta è alta): ho curato e creato la sua linea artigianale, linea Scarlet, per dieci anni.

Vado in ufficio, a casa dai clienti: è tutto molto personale. Nei club di Londra il cliente è contento di dire che il sarto viene dall’Italia per creargli poi un vestito.

Il potere d’acquisto è illimitato: vogliono vantarsi di essere diversi di avere qualcosa che non sarà mai indossato da qualche altra persona. Le aspettative sono altissime! Coccolo e curo il cliente: ci deve essere un minimo d’orgoglio.»


Qual è la sua strategia verso i mercati esteri? Come mai opera in quei paesi (caso o scelta)?

«Nel mercato estero sono stato portato da un mio cliente abbastanza facoltoso che mi ha proposto di fare degli abiti per due suoi amici a Londra. Questi due personaggi importantissimi e da lì, grazie al passaparola, non mi sono più fermato. Ogni viaggio che facevo incontravo almeno due clienti nuovi. Nei miei abiti non metto la mia etichetta: se qualcuno vede l’etichetta è pubblicità. Solo il cliente soddisfatto ti fa vera pubblicità.

Dal caos è nata la vita: dall’ordine nulla.


Il ritmo del lavoro è stabile e c’è bisogno di riflessione ed attenzione.

Io mi focalizzo sulla soluzione non il problema. Sono abituato a dare il rispetto alle persone e lo pretendo: è necessario nel rapporto tra persone. C’è confusione tra le persone ancora si scambia l’autoritarietà con l’autorevolezza. Bisogna essere autorevoli anche come sarti!»



Con quali tessuti preferisce lavorare e quali sono i suoi fornitori principali?

«Tessuti leggeri per una questione di clima: il clima siciliano impone tessuti leggeri e lo stile siciliano e la sua morbidezza viene assorbito anche dai miei clienti all’estero.

Specializzato nei tessuti ultralight, il sarto bravo si vede con i tessuti leggeri anche solo 150gr. La piega con i tessuti leggeri è facilissima da creare: un tessuto leggero lavorato male con il ferro si può allargare.

La maestria ce l’hanno i sarti da donna: i tessuti da donna sono molto più leggeri di quelli da uomo. Preferisco i fornitori italiani e lavoro solo con loro: Loro Piana, Piacenza, Vitale Barberis e Drapes, Lanificio Drago. Hanno prezzi diversi, ma così facendo accontento tutti i tipi di clienti.»


Come vede la crescita per il futuro? In autonomia, con partner industriali o finanziari, …?

«Non ti nascondo che le sirene del partenariato industriale mi hanno “solleticato” ma non voglio contaminare la mia sartoria. Sono stato contattato aziende estere che mi hanno chiesto una linea industriale dei miei abiti, mi stanno pressando. È una bella fetta di mercato e in crescita: dovrei seguire il progetto e il risultato potrebbe essere enorme ma se dovesse danneggiare i tanti anni di duro lavoro mi dispiacerebbe molto!»


Cosa farebbe se una grande casa le chiedesse di acquisire la sua società, lasciandole autonomia creativa e commerciale?

«L’unica cosa che potrebbe essere barattata è la mia conoscenza: tutto esce dalla mia testa. Le idee possono essere comprate, l’estro e l’originalità no: solo una parte può essere” comprata” la cosa più bella della sartoria è il rapporto con il cliente e la passione con cui facciamo questo lavoro.

Un grosso cliente di Londra mi disse una volta “meglio essere padrone del 5% di una azienda multimiliardaria che padrone al 100% di una azienda che non vale nulla”: lanci una idea vincente, gli investitori investono sulla idea giusta, serve sempre una buona idea. I grandi imprenditori cercano una idea. Un russo voleva staccare un assegno una volta ma non me la sono sentita: non siamo sullo stesso piano perché io sono un artigiano, gli dissi, e tu un grande imprenditore che vuole aprire una catena di sartorie in Russia. Io prevedevo che se fossero nati problemi avrei dovuto far “dietro-front” e andarmene. Bisogna rimanere sempre con i piedi per terra e custodire le proprie idee.

Al trofeo Arbiter, ci sono stati personaggi di spicco, politici, jet-set e ci consigliavano di trovare un investitore che investisse su di noi.

Io voglio essere padrone e avere il 100% della mia vita e del business. Non ho bisogno di investitori ma di manodopera. Sono maturo e soddisfatto di me, ho una idea più chiara di come funziona la vita.

L’artigianalità è la conoscenza dei sarti italiani, quelli che hanno creato il vero Made in Italy, negli anni ’40 i sarti dettavano legge. I grandi brand hanno utilizzato il marketing.

I media dovrebbero dare più valore alla conoscenza innata degli italiani, l’italiano entra sempre dalla porta centrale. Ci vuole più attenzione alla sostanza e in sartoria si vive di questo!

Il sarto sa tutto il processo dalla modellistica fino a realizzare il capo. La carenza dei sarti viene dalla mancanza di manodopera che impara il mestiere: servono scuole che insegnino il vero mestiere.

Bisogna andare a lavorare in bottega, e farsi le ossa e poi fare i corsi. Solo così saprai che è il mestiere giusto per te. Questo è quello che ci vuole!

Cerco una persona che sappia fare e mi affianchi ma non la trovo, ironia della sorte.

Il sarto deve seguire le regole in maniera maniacale, e noi viviamo di regole: lo stilista è fatto a posto per sconvolgere: i sarti non vogliono nulla di nuovo, il vecchio è il “massimo”. La giacca da uomo ha raggiunto il massimo già negli anni 60, quindi perché mettere qualche cosa di nuovo? Lo stilista vorrebbe mettere anche la terza manica anche se non serve.

Marketing è far conoscere qualcosa al pubblico. Bravura è rendere qualcosa un diamante.