Angelo Inglese: la tradizione della sartoria italiana da Ginosa in tutto il mondo


La nonna rimase vedova giovane con quattro figli maschi e con la vicina iniziarono a cucire camicie per sbarcare il lunario. La mamma faceva camice su commissione di clienti privati. Gli zii si appassionarono del mestiere e andarono poi a fare apprendistato a Ginosa da un famoso sarto del tempo.

Una famiglia dedita al mondo della sartoria.

Misero su una sartoria vera e propria con rivendita di tessuti. L’attività prosperò per molto tempo, ma con lo sviluppo del polo industriale in città l’attività perse un po' di interesse da parte degli apprendisti.

A Taranto iniziò a crescere il polo, soprattutto il colosso Ilva ,che attraeva i giovani e per la sartoria mancavano gli apprendisti. L’avvento industriale prometteva tanto, ma toglieva manodopera alle piccole botteghe e agli artigiani. La speranza e i valori stavano cambiando, gli stessi valori che adesso però le persone stanno cercando di recuperare, come la sostenibilità e il “fatto a mano”.

La sartoria, quindi, iniziò a vendere capi finiti.

Alla fine degli anni ‘90 Angelo aveva appena conseguito il diploma, quando perse il papà. I cugini non volevano continuare l’attività, pertanto lui prese in mano le redini con molto orgoglio ma non senza difficoltà. Così ritornò alle origini: quello che faceva la nonna negli anni ‘50. All’epoca la cosa era vista male dalla gente del luogo. Angelo voleva creare la sua linea anziché andare a lavorare per le griffe di altri. Imporre un brand era difficile, ma il primo approccio con il Giappone, dove voleva essere assolutamente presente, l’h reso possibile grazie a dei piccoli video, di pochi secondi, nei i quali facevano vedere il ricamo e la manualità del prodotto.

È stata una strategia vincente e una grande soddisfazione: il Giappone, ad inizio 2000, era” affamato” di Made in Italy e del prodotto fatto a mano.


Camicia su misura sartoriale per uomo, realizzata a mano dalla Sartoria Italiana di Angelo Inglese
Campagna promozione linea della Sartoria Inglese

Intervista ad Angelo Inglese


Come è cambiato il lavoro del sarto in questi anni? «Il sarto di una volta guardava essenzialmente alla lavorazione tradizionale. E per il nostro brand adesso la strategia vincente è conservare la lavorazione tradizionale essendo comunque contemporanei nelle linee. Far provare al cliente il piacere di vedere un prodotto iconico, indossato da divi, e renderlo contemporaneo per lui con un tocco particolare che materializza l’idea di prodotto attuale.

Bisogna lasciare i segni del tempo, indispensabile nel mondo della moda. Bisogna rendere appetibile la figura del sarto per invogliare i ragazzi a percorrere questa strada invogliandoli a formarsi.»


Come vede l’impatto della tecnologia: es. possibilità di “prendere” le misure” on line e simili? Vende anche on line? «Stiamo cercando di entrare in questo tipo di sistema: la tecnologia è sempre più indispensabile. È importantissimo pensare a questo tipo di aiuto: non si può prescindere da questo come gli nft. Il contesto prima era solo fisico, mentre l’acquisto di un prodotto diventa un’esperienza, un modo per poterla rivivere.

Vorrei far vivere l’esperienza di quello che succedere in sartoria: dall’Australia è possibile tramite video call/streaming seguire la lavorazione del tuo capo. Nell’acquisto online non conosci il viso di chi ti confeziona il prodotto e questo per me risulta” freddo” e lo vogliamo evitare.

Le misure online attualmente non sono in grado di garantire la perfezione del capo: a volte organizziamo video-conferenze per guardare la fisionomia del cliente in modo da creare il migliore prodotto possibile anche se a distanza.

Tanti potrebbero una giacca taglia 50, ma le fisionomie sono tutte diverse, è una questione di conformazione fisica! Ad ognuno dei soggetti il “carta modello” va modificato.

La pandemia ha accelerato le necessità di dover produrre anche per persone che stavano lontano: era l’ unico modo per vendere.»


Qual è la strategia di marketing del suo brand?

«La strategia è composita e tiene in considerazione la questione della materia prima, il modo in cui viene lavorata e la sinergia con il territorio che da sempre caratterizza l’interesse che riusciamo a maturare nei confronti degli estimatori del nostro prodotto.

Tutto ciò ha dato sempre i giusti frutti! Non ci siamo mai spostati anche se ci sono state tantissime opportunità di cambiare: andare a Londra, una tra tante.

Il provincialismo italiano rende difficile ma il territorio dà una caratteristica diversa da quello che esce da un negozio di una altra città.

Siamo interessati al recupero delle tradizioni locali come per esempio il recupero dei ricami nelle pochette che amo (le donne del posto le utilizzavano per le doti delle figlie); è bello lanciare i messaggi di tradizione e lanciarli da Ginosa in tutto il mondo.

Stiamo sperimentando molto e fra le tante idee stiamo sviluppando quella di utilizzare i prodotti del territorio, come la lana della pecora gentile di Puglia (autoctona, che dona un effetto molto morbido) fatto con telai di 200 anni fa.

Idea di prendere delle essenze del posto che accompagna ogni capo che parte da Ginosa.: ogni capo parte profumato con un’essenza delle Gravine locali. Tutte componenti con cui cerco di raccontare chi siamo e cosa facciamo.

Mettiamo anche un sacchettino con i tarallini che raccontano la Puglia all’estero.

Tra le strategie c’è anche il passaparola ovviamente, principalmente all’estero, dove facciamo quasi il 90% del nostro fatturato.

A me dispiace non poter lavorare di più in Italia. I nostri clienti all’estero amano il nostro stile italiano quello della dolce vita, e le figure iconiche, e gli stranieri continuano a chiedere i nostri capi.»

Qual è la sua strategia verso i mercati esteri? Come mai opera in quei paesi (caso o scelta)? «Avevo scelto il Giappone con il desiderio e l’attenzione per l’artigianalità: i Department store managers venivano a Ginosa a controllare, personalmente, i punti sul lato di un’asola, con un’ossessione maniacale. Questa cosa ci spingeva al continuo miglioramento. Abbiamo accettato questa sfida di creare prodotti tradizionali ma diversi: con il tratto comune dell’ossessione maniacale per i dettagli.

Il dettaglio sobrio è la mia passione, che mi ha stimolato a far meglio per creare capi che fanno la differenza. Con il passaparola, senza spingere tanto, abbiamo conosciuto altri mercati: non ci siamo mai imposti, se non con un minimo di racconto e con la qualità del prodotto. Mai stati prepotenti con il marketing: non fa parte del mio modo di essere.»




Quanto dei suoi abiti sartoriali si trovano anche nella vostra linea?

«Non ho una linea industriale: è una linea in serie, ogni capo viene realizzato come ogni singolo. Ogni camicia è fatta a mano.

Ci siamo sempre rifiutati di prendere in considerazione la dinamica industriale che comprometterebbe la nostra filosofia.

Il brand funziona e può generare abbastanza fatturato. Meglio raccogliere più lentamente: i prodotti non vanno mai in saldo, facciamo “made-to-order” sulla piattaforma inglese “The Rake”. Meglio mantenere l’artigianalità a discapito del fatturato.

Voglio dare la sensazione al cliente, sempre tramite un messaggio, che stiamo lavorando solo per lui, perdiamo molto tempo per creare un capo e abbiamo bisogno di più personale ma voglio essere riconosciuto per questa filosofia! Ci devono sempre essere l’amore e la passione e determinati requisiti etici. Attualmente impiego circa 20 persone.»

Con quali tessuti preferisce lavorare e quali sono i suoi fornitori principali?

«Lavoriamo con tessuti italiani e abbiamo anche una tessitura svizzera di alta qualità. Abbiamo anche fornitori inglesi, ma con la brexit è più difficile importare. Abbiamo un bel rapporto con tessiture in esclusiva. Prendo tessuti dagli archivi, che poi rivisito per fare nuove collezioni. Mi piace molto entrare nel mondo passato ed inserire delle idee per offrire nuovi capi, proposte diverse.

I tessuti super classici sono noiosi per i clienti. Le camicie, purtroppo nel periodo della pandemia, hanno avuto una flessione altissima: l’utilizzo della camicia è diminuito tantissimo: l’unico modo per ovviare e stimolare è proporre cose nuove!

Lo facciamo su basi molto alte, estrema qualità, tessuti fatti su telai meccanici a Como. Amo tingere anche i capi, con pigmenti naturali per avere polo e camicie particolari: le nuances che si ottengono sono uniche!»


Come vede la crescita per il futuro? In autonomia, con partner industriali o finanziari? «Autonomia tutta la vita o partner finanziario che possa amplificare i valori e la filosofia del brand.»


Cosa farebbe se una grande casa le chiedesse di acquisire la sua società, lasciandogli autonomia creativa e commerciale?

«Si potrebbe prendere in considerazione, ma deve assolutamente rispettare filosofia ed etica della nostra realtà.»


Il futuro è di chi crede nella bellezza dei sogni